Il gioco patologico è entrato al centro del dibattito durante la EASG Conference 2026 di Copenaghen. Ad aprire il dibattito è stato Anders Dorph, direttore della Danish Gambling Authority (DGA), il regolatore del gioco in Danimarca. Dorph ha analizzato il problema dal punto di vista del suo Paese, uno dei più liberali verso l’azzardo, ponendo però l’attenzione sulla necessità di una «collaborazione internazionale per condividere le pratiche, le esperienze e il sapere per migliorare la regolazione e l’approccio al mercato».

Il caso danese

Anders Dorph, direttore della Danish Gambling Authority (DGA), ha ripercorso l’evoluzione del mercato danese del gioco. Prima del 2012, le scommesse e le lotterie erano soggette al monopolio di Danske Spil. Con l’entrata in vigore del Gambling Act, gli operatori hanno potuto richiedere una licenza per offrire scommesse e casinò online, mentre il monopolio è rimasto per le lotterie. L’obiettivo della riforma era indirizzare i giocatori dal mercato non regolato verso quello autorizzato.

Dorph ha fotografato il mercato danese dell’azzardo. «L’anno scorso, il totale GGR per il mercato regolato è stato di 11 miliardi di corone, corrispondenti a 1,5 miliardi di euro. Questa è una decrescita minore rispetto al totale GGR nel 2024, ma è anche una decrescita del 6 per cento rispetto al totale GGR nel 2012, quando il mercato dei giocatori in Danimarca è stato parzialmente liberalizzato. La decrescita totale, tuttavia, non riguarda tutte le categorie di gioco. La categoria con il più grande aumento negli ultimi anni è il casinò online, dal 2012 al 2025. L’aumento del GGR per i casinò online è stato di quasi il 200 per cento».

In ottica di liberalizzazione, Dorph ha sottolineato l'importanza del gioco responsabile: «Per prima cosa, c’è l’obbligo degli operatori di assicurarsi che il gioco responsabile sia centrale. Sono loro che, prima di tutto, devono proteggere i giocatori, e per questo motivo è molto importante che le autorità di gioco consiglino gli operatori su come muoversi con la regolazione, e noi destiniamo le risorse».

Per realizzare ciò è stato creato il Rufus, ovvero il registro nazionale di autoesclusione, attraverso cui i giocatori possono autoescludersi temporaneamente o permanentemente. In Danimarca si procede in due direzioni: da una parte si aumenta la consapevolezza del giocatore, dall’altra si spingono gli operatori ad aumentare controlli e aiuti.

 L’informazione rivolta direttamente ai giocatori è un altro elemento centrale del gioco responsabile, per il quale sono stati utilizzati diversi canali. Tra gli strumenti disponibili ci sono una piattaforma online di informazione sul gioco e StopSpill, una linea nazionale di assistenza a cui giocatori, familiari e professionisti possono rivolgersi per parlare di gioco problematico. Vengono inoltre organizzate presentazioni nelle scuole secondarie su temi come la probabilità di vincere, il ritorno al giocatore e le norme di controllo.

La relazione di Progetto Orthos

Riccardo Zerbetto, direttore scientifico di Progetto Orthos, ha parlato dell’iniziativa della sua organizzazione durante la EASG Conference 2026 di Copenaghen, nel corso dell’intervento dedicato a «Gambling Disorder to Addiction Prone Personality». Zerbetto ha presentato per l’occasione 18 anni di studi su tale tematica, sottolineando come i dati raccolti mostrino un miglioramento significativo del funzionamento globale dei pazienti affetti da GAP. La relazione sposta il punto di osservazione dal gioco alla persona.

La relazione di Progetto Orthos mette al centro il concetto di addiction prone personality. Si tratta di una configurazione personale caratterizzata da una particolare vulnerabilità verso comportamenti di dipendenza. Questo significa che, secondo la relazione, non basta eliminare il gioco: una persona può interrompere una determinata condotta compulsiva senza aver affrontato realmente i meccanismi che l’hanno alimentata. Risulta quindi necessario lavorare su impulsività, gestione delle emozioni e relazioni affettive. Lo studio esamina anche la relazione tra impulsività e alessitimia, ossia la difficoltà nel riconoscere, elaborare e comunicare adeguatamente le proprie emozioni.

Lo stesso nome del progetto Orthos, come ha spiegato Zerbetto, rimanda all’idea di colui che «sta diritto», che riesce a rimanere sulle proprie gambe senza dipendere dagli altri. La metafora descrive il percorso terapeutico proposto ai partecipanti.

Cos’è il progetto Orthos

Il Progetto Orthos è un programma residenziale intensivo concepito per sottrarre temporaneamente il paziente alla routine nella quale il comportamento compulsivo si è strutturato.

La terapia studiata da Orthos ha lo scopo di aiutare l’individuo a riappropriarsi delle proprie emozioni. Inoltre, punta a una maggiore responsabilizzazione, evitando di attribuire ogni causa alle circostanze esterne, al mondo o agli altri. Ciò non significa colpevolizzare il paziente, ma aiutarlo a riconoscere la propria capacità di azione e a prendere coscienza delle proprie decisioni.

Un altro passaggio del programma terapeutico di Orthos è basato sulla riflessione sul proprio percorso, cercando di comprendere in quale misura il gambling compulsivo possa aver rappresentato una compensazione rispetto alla difficoltà di costruire rapporti intimi, soddisfacenti e realmente significativi.

In questa prospettiva, la ludopatia non viene analizzata semplicemente come un problema economico, ma anche in relazione alla solitudine, alle difficoltà nell’intimità e alla fragilità dei legami.

Il metodo Orthos affianca al lavoro psicologico tecniche espressive, esperienze corporee, meditazione e musica, con lo scopo di intervenire su differenti dimensioni della persona. Il percorso mira ad accompagnare il paziente anche dopo l’interruzione del comportamento compulsivo, lavorando sui fattori che potrebbero favorire una ricaduta.

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